I brandelli di luce di Cantiere Artaud

Come sostenuto dallo scrittore e regista teatrale Antonin Artaud, il teatro non è una rappresentazione, ma la vita stessa in ciò che ha di più irrappresentabile. Su questo presupposto, nel 2016 un gruppo di giovani attori formato da Ciro Gallorano, Sara Bonci, Stefano Durati Poccetti, Chiara Cappelli e Filippo Mugnai fondano la compagnia teatrale “Cantiere Artaud”. Il nome del collettivo di ricerca teatrale non lascia adito a dubbi, si dichiara aperto a continue sperimentazioni e cambiamenti omaggiando la figura del geniale artista francese. La loro idea di teatro, pertanto, si fonda sull’ “esigenza di esprimersi sulla scena con l’obiettivo di mostrare allo spettatore quegli elementi che rimangono invisibili agli occhi perché nascosti dalla superficie della quotidianità”.
Lo scorso novembre Cantiere Artaud, ospite di KanterStrasse Teatro, ha svolto una residenza artistica presso l’Auditorium di Loro Ciuffenna grazie al sostegno della Rete Teatrale Aretina. L’esperienza di studio della compagnia terminerà con il debutto dello spettacolo “I brandelli di luce che rimangono” domenica 19 febbraio presso l’Auditorium Le Fornaci di Terranuova Bracciolini. La performance analizza il tema della cecità mediante un percorso artistico e sensoriale di colori, suoni, luci e ombre che circonderanno e coinvolgeranno il pubblico sia fisicamente che emotivamente.
Ispirandosi al celebre romanzo “Cecità” di José Saramago e ad altri artisti che hanno affrontato questa tematica come Borges e Maeterlinck, Sara Bonci e Ciro Gallorano hanno dato vita ad una nuova e originale drammaturgia.
Il sipario si apre su un museo vuoto dove sono state collocate una serie di opere che la voce di una guida invita ad osservare. Il pubblico inerte guarda la scena senza vedere, come se fosse assente a causa di quella cecità, figlia del nostro tempo che ci rende apatici. Inizia così un viaggio all’insegna dei sensi, dal suono della musica e della parola, passando per l’immagine suggestiva del corpo e del tatto. Soltanto con l’empatia infatti potremmo ritrovare la nostra umanità perduta, appoggiandosi l’uno all’altro, unica speranza in questo mondo degradato dall’odio, colpito da una cecità simile a “un mare di latte”.

Lorenzo Lori

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