Quando l’arte incontra la politica: Ai Weiwei a Firenze

“Tutto è arte, tutto è politica” ha dichiarato Ai Weiwei, l’artista cinese in mostra a Palazzo Strozzi fino al 22 gennaio 2017, che, attraverso il suo modo di fare arte si propone di raccontare la società odierna. Un’arte, quindi, che cerca di provocare, far pensare e smuovere le coscienze. L’artista ha voluto mettere al centro dell’attenzione il dramma dei migranti, ricordando la tragedia che continua a consumarsi tutti i giorni nel nostro mare. Sulle facciate di Palazzo Strozzi, Ai Weiwei ha infatti installato dei gommoni arancioni che vogliono rimandare a quelli di salvataggio. “C’è un impatto politico nelle mie opere e non smetto di essere artista quando mi occupo di diritti umani”. Anche all’interno il visitatore si trova a dover riflettere su ciò che vede, o meglio, su ciò che l’artista attraverso la sua arte decide di fargli vedere: Ai Weiwei si schiera contro il potere, contro i regimi, contro la violenza, contro l’indifferenza nei confronti della tragedia dei profughi, contro le inefficienze del potere politico. Ecco perché all’interno della sua mostra possiamo trovarci davanti ad opere molto particolari, come il serpente fatto di zainetti, allestito per commemorare gli oltre 5 mila bambini morti nelle scuole crollate nel terremoto del 2008 in Sichuan, oppure la gigantesca ala metallica fatta di pannelli solari resa immobile dalle sue grandi dimensioni e dal peso di oltre cinque tonnellate, che vuole essere l’emblema della “costrizione e della negazione della libertà”. D’altronde, il titolo della stessa mostra – “Ai Weiwei. Libero” – ricorda che lui stesso ha subìto dei soprusi dal governo cinese: infatti nel 2010 l’artista ha trascorso un breve periodo di detenzione ed è stato brutalmente picchiato per aver deciso di testimoniare in difesa di Tan Zuoren, un attivista per i diritti ambientali.
In tutto il percorso espositivo, l’artista ha espresso a pieno il suo coraggioso modo di fare politica e la sua visione del mondo in cui vive. “Attraverso le sue opere, Ai Weiwei ci ricorda che il diritto di ogni persona a esprimere se stessa dev’essere protetto, non solo per il bene della società ma anche per quello dell’arte e dell’umanità” [Salil Shetty, attuale segretario generale dell’organizzazione per i diritti umani Amnesty International].
Inoltre è doveroso ricordare che per la sua “lotta non violenta” in difesa dei diritti umani, Ai Weiwei è stato nominato Ambasciatori della Coscienza 2015 di Amnesty International.
A questo punto dobbiamo soffermarci su un’altra questione: come mai non sono tutti entusiasti del lavoro esposto a Strozzi di Ai Weiwei? Come mai ci sono state aspre critiche fin dal primo giorno dell’apertura della mostra? Ad esempio, il consigliere regionale della Lega nord Jacopo Alberto ha parlato così dell’operato di Ai Weiwei: “Un vero scempio quello che si sta perpetrando sulla facciata di uno dei più famosi palazzi storici fiorentini”. Il consigliere ha inoltre criticato l’utilizzo di soldi pubblici “per dare visibilità a un artista che ha creato un’opera per ricordare a tutti noi la questione degli immigrati, come se tale tematica non sia già abbondantemente dibattuta e colpevolmente non risolta da chi di dovere”. Sempre secondo Alberti “il budget stanziato per la mostra poteva invece essere destinato a dare un concreto aiuto ai tanti fiorentini che sono alle prese con quotidiani problemi di sussistenza. Inoltre, non deturpate i nostri edifici rinascimentali con assurde contaminazioni di un controverso autore cinese”.
Critiche arrivano anche da un articolo scritto dall’artista contemporaneo Luca Rossi: “Niente di innovativo, niente di provocatorio, ma l’esatto contrario di quello che dovrebbe rappresentare l’arte e l’arte contemporanea […] Ai Weiwei a Firenze è l’ennesima speculazione commerciale (sulla pelle dei profughi)”. Anche il famoso critico d’arte Francesco Bonami stronca la mostra: “Ai Weiwei sfrutta temi che interessano molto alle persone, prima la libertà di pensiero e parola in Cina, poi la questione della sorveglianza delle autorità sui cittadini, ora le morti dei migranti nel Mar Mediterraneo (Bonami sottolinea che i gommoni di Palazzo Strozzi, ordinati, belli e puliti, non hanno nulla a che vedere con quelli su cui i migranti tentano di raggiungere l’Europa dalla Turchia), per avere più visibilità, ma non compie alcuna operazione artistica: si limita a comunicare ciò che tutti già sanno.”
Anche semplicemente andando sulla pagina Facebook di Palazzo Strozzi, noteremo i commenti dei cittadini fiorentini e non solo: “Scempio”, “orrore”, “vandalismo e deturpazione”, ma anche “una roba che non si può vedere”, queste sono le parole d’ordine della grande fazione dei contrari e degli indignati per tale manifestazione artistica.
Parole e critiche che però non sono nuove al mondo dell’arte. Soprattutto al mondo dell’arte così detta contemporanea. Sì, perché non sono forse le stesse parole che vennero utilizzate quando la grande collezionista Peggy Guggenheim nel 1949 arrivò dall’America a Firenze per esporre la sua collezione di pezzi unici e contemporanei per l’epoca, portando nella capitale fiorentina per la prima volta nomi come Duchamp, Max Ernst, Jackson Pollock, Lucio Fontana e altri che tutti noi oggi ammiriamo o quanto meno abbiamo rivalutato dopo la tipica affermazione iniziale, “Lo potevo fare anche io!”. Questi artisti novecenteschi vengono considerati oggi i grandi maestri del loro tempo e proprio questi famosi artisti non volevano forse denunciare attraverso la loro arte ciò che stavano subendo? Non hanno forse creato quelle opere per parlare allo spettatore della sofferenza della guerra e della disgregazione delle istituzioni di tradizione ottocentesca? Oppure hanno detto di no agli orrori della guerra rifugiandosi in qualcos’altro, come nella metafisica di Giorgio de Chirico o nel Surrealismo di Max Ernst fuggito dai campi di concentramento. Picasso non ha forse denunciato la tragedia dei bombardamenti a Guernica nel 1937 durante la guerra civile spagnola? Non trattano anche loro temi politici dunque? Eppure la nostra Firenze ha ospitato proprio a Palazzo Strozzi prima di Ai Wei wei, una mostra titolata proprio: “La Grande Arte dei Guggheneim” che ha contato 100.000 visitatori a soli 60 giorni dalla sua apertura ed è stata acclamata dagli stessi fiorentini che ora criticano la mostra di Ai Weiwei per il suo modo di fare arte.
In conclusione, ogni artista da Raffaello a Caravaggio, da Pollock a De Kooning, fino ad arrivare anche ad Ai Weiwei ci ha mostrato il riflesso della sua società, il suo vissuto, attraverso opere d’arte portatrici da sempre di un profondo messaggio che induca chi osserva alla riflessione. Che induca ad osservare e non solo a guardare.

Serena Ferraiuolo

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