“Vivere a colori” da 15 anni

“Come ti chiami?” mi chiede, fissandomi con occhietti curiosi, una bambina di nome Anna.
“Ilaria”- rispondo – e subito in coro altri due o tre: “Sei del servizio civile?”. Scuoto la testa in segno di dissenso e li vedo incupirsi per un attimo prima di tornare a prender posto sulle piccole sedie colorate sistemate in semicerchio davanti al televisore nella sala centrale della casa, dove “Big Hero 6” torna a catturare la loro attenzione. “Ci provano sempre i ragazzi!” mi dice prontamente sorridendo Letizia e aggiunge “sai, i ragazzi del servizio civile trascorrono molto tempo con loro”. Sorrido anch’io e ci spostiamo in una stanzetta più piccola.
Mi sono sentita subito a mio agio appena varcata la porta della Fraternità della Visitazione. Letizia comincia a raccontarmi tutto su questa bella realtà di cui lei, insieme a suor Simona e suor Lucia, era stata ideatrice, spinta dal desiderio di creare uno spazio di accoglienza senza confini, una famiglia, che negli anni si componesse di bellezza e condivisione. E queste tre grandi donne sono proprio riuscite in questo intento.
Mi spiega che lei e Simona avevano già fatto la formazione presso le suore Agostiniane di San Giovanni Valdarno ed esperienza di volontariato da don Mauro a Pelago e a Casa Graziella a Simonti. Quindi in seguito ad un discernimento con le suore e il Vescovo, presero la decisione di aprire la “casa”: struttura appartenente alla parrocchia di San Miniato (Pian di Scò), all’epoca disabitata e completamente da ristrutturare.
Le porte della Fraternità della visitazione si aprono ufficialmente il 7 ottobre 2001. Il nome, scelto dal vescovo Giovannetti in continuità con il cammino di suore dell’annunciazione che accomunava le tre donne, è stato mantenuto negli anni proprio a sottolineare che si chiama Fraternità in quanto non appartiene a nessuno ma è di tutti, è una casa non fatta di mattoni ma di anime, di storie, di tutte quelle persone che l’hanno costruita e continuano a costruirla. Chi è passato dalla casa ha condiviso il suo passato, le sue ferite, le proprie difficoltà, ma anche le speranze e le risorse.
Nella casa trova accoglienza chi ha bisogno, la porta è sempre aperta, non importa quanto uno si fermi, ma solo come vive la sosta e l’ospite, il volontario, l’amico che viene a cena o passa per salutare o portare qualcosa, tutti lasciano un segno e fanno sì che la casa sia in continua trasformazione, alimentandola con nuovi sorrisi, nuove parole, amore, incontri. Perché, come ci tengono a sottolineare le tre suore, non è e non sarà mai una struttura ma una grande famiglia.
Attualmente si trovano nella casa 22 persone, di cui 8 bambini e uno in arrivo, sono prevalentemente ragazze madri con i loro figli, donne che provengono da contesti difficili, dalla strada che qui trovano un posto dove stare e la forza per ricominciare: “è un posto dove le fratture della vita si ricompongono” e in questi 15 anni ci sono passate circa 500 persone.
“Come si svolge una giornata tipo in questa grande famiglia?”
“Una giornata tipo inizia molto presto perché alcune mamme e suor Lucia lavorano e quindi già alle 7.00 ci sono i bimbi a fare colazione mentre guardano i cartoni animati prima di andare a scuola e quindi la casa assume una certa tranquillità fino alle quattro del pomeriggio quando rientrano tutti. Quasi tutte le mamme lavorano tranne quelle con bimbi molto piccoli o in stato interessante e le tipologie di lavoro variano dalla fabbrica, specialmente la pelletteria, a lavori di tipo assistenziale presso famiglie o anziani”.
“Rapporti con altri enti e istituzioni?”
“La Fraternità collabora un po’ con tutte le realtà della zona, sia con i servizi di Piombino, di Livorno, col centro “Aiuto alla vita” di Prato e abbiamo ospitato anche mamme cinesi. Siamo in contatto con suor Rita Giaretta di Caserta per quanto riguarda le donne nigeriane perché, quando abbiamo cominciato, c’erano pochissime case mamma-bambino. Inoltre facciamo parte della rete Caritas e della rete dell’Unione Familiare”.
“Difficoltà e aspetti positivi?”
“Diciamo che la difficoltà principale è cercare di capire di cosa ha veramente bisogno la persona, perché non è semplicemente il fatto di offrire un posto per dormire o qualcosa da mangiare, ma è necessario offrire un ambiente dove queste persone possano trovare accoglienza; queste donne provengono da situazioni di abbandono, di violenza o disagio personale e hanno necessità di ritrovare la fiducia in se stesse, negli altri e recuperare una certa tranquillità. Dopodiché cerchiamo di costruire un progetto insieme in base alle specifiche situazioni: chi ha bisogno di imparare la lingua, chi di recuperare un rapporto mamma-bambino, chi deve far pace col proprio passato e necessita di un supporto psicologico. Quello che sicuramente è positivo è che tutte queste difficoltà, in un ambiente familiare come il nostro, vengono affrontate e superate insieme, non si è più in una condizione di solitudine e si riaccende la speranza. Attualmente ci sono anche tante culture e questa è solo una difficoltà apparente, perché le mamme si aiutano vicendevolmente: ci sono litigi e incomprensioni, ma avendo in comune un passato di dolore e sofferenza nasce spontanea anche una complicità tra queste donne e una collaborazione. Noi abbiamo pensato a questo posto come un luogo in cui il “ricco” ed il “povero” potessero vivere insieme, noi suore viviamo con loro proprio come una famiglia e anche chi viene qui vive secondo questi valori e spesso il povero ha da regalare e insegnare qualcosa che il ricco non ha e non sa. Si diventa costruttori di una modalità di vita fraterna, nascono delle bellissime amicizie per esempio tra la mamma che vive qui e la volontaria che ha una bella casa però magari vive sola, ci sono genitori che hanno perso un figlio e vengono qui e questi bambini diventano anche i loro figli, è un luogo dove si riscopre l’umanità. Ci sono tantissimi volontari fissi che ci aiutano ormai da 15 anni”.
“A livello organizzativo?”
“Per fare le cose ci sono i turni, a volte anche in cucina cucinano loro, poi ci aiutano delle cuoche italiane, la dieta… a pensare alla situazione di adesso mi scappa da ridere: allora ci sono alcuni marocchini che non mangiano il maiale, altri marocchini che non solo non mangiano il maiale ma neanche gli animali sgozzati, poi c’è l’India che non mangia la mucca e mangia solo pollo, poi c’è anche l’India vegana che non mangia nemmeno il pollo! Ahahahah…arrivati all’ora di cena c’è sempre il panico totale! Comunque di regola si mangia quello che c’è, per motivi religiosi ognuno si può cucinare qualcosa di extra”.
Esiste anche una “band” della Fraternità: I Brotherhood, nata da quattro volontari che una sera si sono messi a suonare per gioco, un gioco che poi è diventato molto serio e attraverso la musica raccontano le storie delle persone che passano dalla Fraternità, storie che parlano di accoglienza, di incontri, di culture diverse, di differenze che arricchiscono e nel 2010 hanno inciso il loro primo album con titolo “Migranti”.
Chiuderei questo mio articolo-intervista con una citazione di Letizia stessa: “la gente mi chiede nel corso degli anni: ‘Letizia ma non ti manca andare a giro, vedere il mondo ecc?’. E io rispondo: ma non ne ho bisogno, io vedo tutto qua dentro”. Niente di più vero!

Ilaria Mori

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